Trullo. Dalla siedlung alla stimmung di borgata

Abstract:

Pianificata ed edificata in due fasi, per un periodo complessivo che si è esteso dal 1939 al 1955, la borgata Trullo si presenta oggi come un quartiere in cui forte connotazione architettonica e spiccata identità sociale si uniscono e si riflettono in una natura ambientale stratificata e complessa, a tratti affascinante. La borgata si configura come una enclave tra i tessuti limitrofi, anche perchè parzialmente isolata da una natura orografica che la rende quel che Ungers e Koolhaas avrebbero chiamato una city in the city (Ungers, Koolhas, 1977). Chiunque vi si rechi per la prima volta, saltuariamente, o vi abiti stabilmente, non fa fatica a riconoscere una non meglio definibile ma non per questo intangibile carica atmosferica (Griffero, 2010), qualcosa che è presente e che potrebbe perfino essere rintracciato spazialmente. Si potrebbe invece far fatica ad immaginare che tale condizione deve in parte i suoi natali ad un manuale scritto per la causa fascista dall’ingegnere Domenico de Simone, quel Le case popolari: norme e tipi di carattere generale compilate dallo stesso nel 1937 (de Simone, 1937) che l’entusiasta Pagano salutava dalle colonne di Casabella come un importante passo verso un’auspicata autonomia dell’architettura moderna, anche e soprattutto entro gli orizzonti della questione abitativa. Queste condizioni com’è noto dovevano molto a quel che da qualche anno allora si andava sperimentando nel cuore dell’Europa, con l’idea urbana innovativa ed essenziale, derivata in prima istanza da una precisa idea di architettura, che la siedlung proponeva ai progettisti delle più disparate latitudini. Com’è altrettanto noto però, le premesse metodologiche, gli esiti stilistici, le connotazioni morfo-tipologiche di quella temperie tedesco-razionalista ebbero una resa e presero forma del tutto particolare tra i tratturi e i fossi dell’Agro romano; cionondimeno il Trullo deve la sua riconoscibile qualità architettonica e di impianto alla sapienza progettuale di Giuseppe Nicolosi (in primis) e di Roberto Nicolini, la cui abilità aveva già avuto modo di manifestarsi pochi anni prima nel progetto del Tiburtino III. Peculiari rapporti proporzionali tra le parti, felice combinazione delle tipologie abitative, composizioni chiaroscurali, misurazione e scansione degli spazi derivate dalla rielaborazione di alcune dettate scelte tettoniche, continuità morfologica dei luoghi pubblici poi intimamente connessa alla disposizione longitudinale e semiprivata dei ballatoi, persistenza dei colori e dei materiali etc…; in altre parole, l’architettura, incrociata con la sedimentazione degli anni e dei vissuti di questa romanissima e popolarissima borgata, si traduce per queste vie in una stimmung calda ed italiana, urbana e semirurale, avvertibile allo stesso modo dal flaneur, dal promeneur, dal lavoratore e dal poeta der trullo. Al di là di uno sguardo superficiale, l’atmosfera urbana del quartiere, implicito e necessario dato progettuale, è «un essere che ci ha stregato, dal quale non ci si può staccare; si resta pur sempre figli suoi o suoi trepidi visitatori» (Mitscherlich, 1965).

Full text