L’architettura che perdeva tempo, Fermo

Opera realizzata in occasione della mostra Nomos, a cura di Luca Porqueddu, nell’ambito dello Stripe Festival. Grandi Cisterne romane ipogee, Fermo 2015.

Dalle finestre di casa, che tenevamo incoscientemente spalancate, folate di vento portavano una moltitudine di leporelli ben scritti il cui contenuto ci risultava ostico ed oscuro. Ci trascinavamo deambulando incerti per stanze strette e lunghe, sino alle soglie, dove di tutta quella carta facevamo grandi bustoni altezza uomo pazientemente ordinati come raccolta differenziata. Persisteva tuttavia ottimismo. Di solito seguivano ore o giorni in cui ci sdraiavamo ignavi sui divani seguendo pensieri incatalogabili. Qualcuno sfogliava con degli strani tic nervosi manuali di storia dell’architettura, ricavandone vaghe impressioni che gli si depositavano come cataratte sugli occhi, causando talvolta cinici distacchi di retine. Una discreta afa sfasava le nostre prospettive. Un tizio di cui non ho mai memorizzato il nome ma di cui tutti dicevano un gran bene, tracciava tronfio dei segni insulsi ed annoianti su un grande foglio panna che sventolava appeso al muro. Che fastidio. Di quando in quando qualcuno alzava l’indice come per dire qualcosa, ma con una circonvoluzione dello stesso si rimetteva seduto. La città, per quel poco che ne capivamo, cresceva sana e forte come un pollo al boldenone. Mah, in base ai miei calcoli ritengo che le lancette dei suoi orologi facciano uno scatto di un minuto ogni 35 secondi. Perciò il suo tempo, se non vado errato, è 1,71 volte più veloce del nostro, pensai osservando una casetta nera tra due alte pareti di pioppo. Quell’architettura perdeva tempo, e le particelle che emanava di minuti e secondi cominciarono ad attaccarsi ai muri tutt’attorno, svecchiandoli. Non ne comprendevamo di preciso il principio, ma doveva essere senza dubbio un principio volatile. (liberamente ispirato al libro “La famiglia che perse tempo” di M. Salabelle).